Ovale è meglio

Ovale è meglio

Dicono che in Italia e nel mondo il numero degli appassionati e praticanti di rugby – il fratello, anzi gemello, maggiore del football – risulti in costante ascesa. Dicono che tanto a livello giovanile quanto in ambito femminile ci sia stata negli ultimi tempi una vera esplosione di vocazioni, capace di intaccare le mitologie sottilmente maschiliste di uno sport considerato per eccellenza da uomini adulti e duri. Dicono che l’indotto economico di manifestazioni di punta del rugby mondiale, come il torneo europeo delle Sei Nazioni, o i mondiali che si svolgono con cadenza quadriennale, sia, in proporzione agli investimenti, più rilevante di quello di una olimpiade o di un Coppa del mondo di calcio, perché il popolo della palla ovale è tendenzialmente abbiente, giramondo e a suo modo godereccio. Pare poi che una partita di rugby, di alto livello, vista dal vivo sia veramente uno spettacolo, perché consente di apprezzare i movimenti a fisarmonica delle squadre e cogliere la continua alternanza tra momenti di forza e (regolata) brutalità da un lato e fasi di agilità e intelligenza dall’altro. A me è capitata l’occasione un paio di domeniche fa, quando insieme a un paio di altri pazzi sono andato all’Olimpico di Roma a vedere la (inaspettatamente) combattuta Italia-Irlanda (16-26 il punteggio, per gli statistici). 

Pare inoltre che il pubblico di questo strano sport, in cui la palla, come in un ossimoro, avanza indietreggiando fra le mani dei giocatori, sia molto civile e conosca le regole della convivenza comunitaria. Applaude le belle azioni altrui, non fischia il calciatore della squadra avversaria in cerca di concentrazione, si alza in piedi al risuonare delle prime note dell’inno nazionale dei contendenti. Tutte cose effettivamente viste fare da Italiani e Irlandesi (allo stadio di Roma c’era mezza Dublino) con una certa spontaneità e non credo per fare contento me. Sembra d’altra parte che questo particolare e inusuale contegno (inusuale almeno per chi è abituato alle trivialità dei campi di calcio) non sia necessariamente da imputare a condotte di vita e alimentari ineccepibili: la simpatica brigata gaelica che stava nei posti davanti ai nostri, in ottanta minuti di gioco, quasi venti di intervallo, e aggiungiamoci una mezz’ora prima del match, insomma in poco più di due ore, ha fatto fuori la produzione birraria di un land tedesco di media grandezza. Eppure, anche se sul finire del match (e del banchetto) per chiedere permesso e andare al bagno gli amici tutti verdi pronunciavano sgangherati “schiusmisir”, nessuno ha pensato che si stessero creando prodromi di provocazioni, alterchi, zuffe, da giustificare poi in nome del troppo alcol consumato. Dirò di più: sembra anche che in alcuni casi le stesse persone calate ora in un contesto da guerra civile calcistica ora in uno scenario di sportiva rivalità rugbistica modifichino i loro comportamenti. Non posso credere che fra i cinquantamila spettatori dell’altra settimana non ci fosse nessuno aduso, in parallelo alla passione per la palla ovale, alla frequentazione di spalti calcistici. Eppure lì, in quell’incanto quasi surreale, mai una volgarità, una parola sopra le righe, un insulto (e dire che tecnicamente l’arbitro neozelandese ha commesso parecchi errori). 

In conseguenza di tale aspetto, sembra pure che il rugby, a onta del suo machismo di facciata, sia uno sport realmente per famiglie, e la partita di rugby un momento di reale divertimento e possibile crescita per bambini e ragazzi, altrove e altrimenti allevati e cresciuti a colpi di “vaffa” e “devi morire!”. Parrebbe addirittura che questa funzione, per così dire, catartica esercitata dal nobile sport britannico si attagli anche alle cose. Ero già stato all’Olimpico altre volte, per partite di calcio, ma in questo caso la tetragona struttura del Foro Italico sembrava quasi ingentilita, oltre che più festosa e colorata, lontana dagli squallori delle scritte antisemite, delle croci celtiche e delle svastiche che hanno contrappuntato negli anni le stagioni sportive delle due squadre di pallone della capitale. Si direbbe, insomma, che come teorizzavano gli scrittori naturalisti dell’Ottocento, sia il contesto, e soprattutto l’aleatoria presenza di piccole variabili, a indirizzare e connotare le cose e le persone, le funzioni e i caratteri. Prendi la stessa città, lo stesso luogo, lo stesso format (competizione per nazioni), più o meno lo stesso tipo di gioco (calcio e rugby sono notoriamente gemelli eterozigoti, e dei due, al limite, sarebbe il secondo a istigare più facilmente le passioni belluine degli spettatori), un pubblico di dimensioni consimili, e tutta un’altra serie di fattori affini, cambia fondamentalmente una cosa sola – la morfologia della palla, ovale versus tonda – e avrai, come risultato, la plastica e abissale distanza che divide la civiltà del rugby dalla barbarie (senza apparente fine, dentro e fuori dal campo) del football. A questo punto credo che le potenzialità taumaturgiche di questa differente forma dello strumento di gioco possano suggerire buone idee e buone pratiche anche al di fuori dell’ambito agonistico: diciamo che se imparassimo a considerare come degli ovali e non dei cerchi le nostre idee e aspirazioni, e sapessimo che le nostre palle (in senso metaforico) rischiano anche di rimbalzare male appena toccano per terra, e che nulla è in nostro potere per evitarlo, ecco, allora potremmo tutti diventare un briciolo più saggi e tolleranti. E, se mi si passa il termine ormai inconsueto, un tantino meno infelici. 

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