Peccato Capitale, di Giuliano Albarani

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Molto istruttiva, e anche un po’ comica, la vicenda della nota attrice italiana che, in zona Festival del cinema di Venezia, ha pronunciato una frase lapidaria, sicuramente ingenua, di ostilità nei confronti del capitalismo. Jasmine Trinca non ha scritto Il Capitale, né probabilmente intendeva inaugurare una nuova stagione del pensiero marxista: ha semplicemente detto che il capitalismo non le piace. Apriti cielo. È arrivata l’orda degli haters, capaci di odiare in più direzioni contemporaneamente: l’attrice perché celebre, e dunque presumibilmente colpevole di avere avuto un quarto di successo nella vita; e l’attrice in quanto donna, dunque meritevole di una dose supplementare di dileggio, sarcasmo e insulto. Prova suprema dell’incoerenza della sua posizione: indossava abiti griffati. Dunque: se sei contro il capitalismo, perché porti vestiti costosi? Se critichi il sistema, perché partecipi ai suoi consumi? segue

Il ragionamento polemico è vecchio come il cucco: se sei ambientalista, non puoi calpestare l’erba, se contesti l’autorità non devi impartire divieti a tuo figlio, e così via, delirando. Però rivela, l’argomento polemico, qualcosa di importante: quanto sia radicata, tanto fra i sostenitori quanto fra i detrattori, una concezione del capitalismo come sostanza, come ente, come soggetto. Che non puoi criticare e frequentare allo stesso tempo.

La visione personalistica del capitalismo, quasi si trattasse di un individuo con valori e obiettivi propri, emerge nel linguaggio quotidiano quando diciamo, ad esempio, che «il capitalismo è responsabile» di una determinata ingiustizia, di una guerra o di una disuguaglianza: utilizziamo infatti una parola, responsabilità, che appartiene a un universo morale nel quale esistono soggetti capaci di scegliere. La responsabilità presuppone libertà, decisione, intenzione. Un modo di produzione - perché questo è il capitalismo, un modo - invece, non decide. Non ha una coscienza. Il capitalismo è, infatti, molto più prosaicamente, una forma storicamente determinata di organizzare produzione, distribuzione e consumo, fondata sul ruolo dell’investimento, della proprietà del capitale, dello scambio e della ricerca del profitto. È un modo di funzionamento delle relazioni economiche. E, proprio perché è un modo, non è una sostanza, non è una persona, e non è nemmeno una forza della natura.

Questo equivoco ha determinato e continua a causare conseguenze enormi. Se il capitalismo diventa una sostanza, anziché un modo attraverso il quale si organizza il gioco economico, diventa difficile immaginare che possa essere diverso da quello che è. Ecco qui il primo paradosso dell’anticapitalismo sostanzialistico: quanto più si attribuiscono al capitalismo intenzioni, caratteristiche morali e una specie di volontà autonoma, tanto più lo si trasforma in una potenza invincibile. Se è “il sistema” che tutto determina, allora è anche il sistema dal quale non possiamo uscire. La critica finisce così per produrre una metafisica dell’inevitabile.

C’è poi una seconda trappola. Se il capitalismo è un soggetto, è facilissimo immaginare che ciò che accade al suo interno sia il risultato di una volontà unitaria. Non più una gigantesca somma di decisioni, interessi, errori, opportunità e vincoli, spesso contrastanti, ma un piano. Il capitalismo diventa allora una sorta di spectre: qualche grande gnomo, riunito con altri grandi gnomi in uno chalet di montagna, decide come far funzionare il mondo il giorno dopo.

Occhio: so bene che esistono monopoli, cartelli, oligopoli, concentrazioni di potere economico, collusioni, rendite e forme di alterazione della concorrenza. Esistono interessi organizzati e strategie finanziarie. Tutto questo va studiato e, quando necessario, regolato e contrastato. Ma una cosa è riconoscere interessi organizzati; altra cosa è trasformare l’intero funzionamento dell’economia capitalistica in una gigantesca creatura con volontà deliberante e monolitica.

Prendiamo un esempio apparentemente strampalato: il sonno. Le autorità sanitarie e una quantità sterminata di studi medici e scientifici ci ricordano quanto dormire sia importante per la salute, il metabolismo, l’equilibrio psicofisico e, più in generale, la qualità della vita. Eppure viviamo in una società nella quale il sonno è diventato sempre più difficile. Abbiamo eliminato il buio fuori dalle case, e l’illuminazione artificiale ha trasformato città e ambienti. Poi abbiamo progressivamente eliminato anche il buio dentro le case: dispositivi digitali, schermi, led, luci notturne, notifiche, connessioni permanenti. Conduciamo inoltre stili di vita sempre meno fordisti e regolari. Persino all’interno di una famiglia può diventare complicato andare a letto e svegliarsi contemporaneamente. E poi ci sono la vita sociale, il lavoro, l’industria del divertimento, la possibilità pressoché infinita di vedere, ascoltare, comprare, comunicare, giocare. Le ore di sonno si contraggono.

Arrivano così i disturbi, l’insonnia, l’alterazione dei ritmi, la fatica. E arrivano anche i rimedi: sostanze chimiche o naturali, integratori, applicazioni, dispositivi, corsi e training per recuperare il sonno. E qui interviene anche il capitalismo. Ma in che senso “interviene”? Un conto è immaginare che il capitalismo sia un soggetto senziente e raziocinante che ha deciso di metterci in scacco: prima inducendoci ad alterare i cicli naturali del sonno, poi inducendoci a spendere denaro non soltanto per divertirci, ma anche per lenire le ferite prodotte dal nostro divertimento. Un conto, assai diverso, è comprendere che il modo di produzione capitalistico, se non viene orientato diversamente dalle scelte degli individui, dalle istituzioni, dalla politica e dalla cultura, può finire per lucrare su entrambe le sponde del fiume: sulla riduzione del sonno, da un lato, e sulla volontà di recuperarlo, dall’altro. Non c’è bisogno di un complotto, di burattinai. Basta una successione di incentivi. Qualcuno guadagna vendendo intrattenimento notturno; qualcun altro vendendo dispositivi che lo rendono possibile; qualcun altro ancora vendendo prodotti per dormire meglio. Nessuno deve (può) avere progettato l’intera filiera. segue

È precisamente qui che l’immagine archetipa del capitalismo come persona ci inganna. Se lo immaginiamo come un soggetto onnisciente, cerchiamo il suo piano. Se invece lo comprendiamo come un modo di organizzazione delle attività economiche, dobbiamo guardare alle strutture, agli incentivi, alle istituzioni, alle scelte, ai conflitti. E soprattutto dobbiamo tornare a guardare le singole persone, con le rispettive responsabilità (qui sì). Perché l’idea di un capitalismo onnipotente è anche uno straordinario alibi. Se si tratta di una forza naturale, onnipervasiva e insuperabile, di un dio (persona), questo modo di vivere diventa semplicemente la realtà: non una configurazione storica fra le altre possibili, ma l’unica forma di vita possibile. E qui si produce una curiosa alleanza fra apologeti e detrattori. I primi dicono: non c’è alternativa. I secondi rispondono: non c’è alternativa. I primi con entusiasmo, i secondi con disperazione. Ma il risultato pratico converge.

Perché invece, e chiudo, se il capitalismo è un modo e uno strumento, possiamo discuterne l’uso. Pur riconoscendo che funziona meno peggio di altre forme, possiamo intervenire politicamente e culturalmente nei contesti nei quali la sua logica intrinseca, quella della proliferazione delle condizioni di profitto, entra in conflitto con altri beni che consideriamo essenziali, come ad esempio quando il profitto nasce dalla guerra, dal conflitto permanente o dalla produzione di bisogni artificiali e alienanti che poi dobbiamo pagare per curare. Se invece è un’entità, una persona (per quanto fittizia), una sostanza, allora o l’amiamo o l’odiamo

Da una parte, l’apologia. Dall’altra, il fatalismo. Nel mezzo, in comune, la deresponsabilizzazione. Ed è forse questo il punto più interessante della piccola polemica su Jasmine Trinca e sui suoi vestiti griffati. La domanda non dovrebbe essere se chi critica il capitalismo abbia il diritto di comprare una borsa costosa. Dovremmo chiederci perché continuiamo a pensare che criticare un modo di produzione significhi dover vivere al di fuori di esso, come se fosse una religione, in cui o si crede o non si crede.

In verità dietro quel misterioso «capitalismo» - di per sé impersonale, avalutativo, anonimo - al quale imputiamo tutto, nel bene o nel male, ci siamo noi, in ruoli plurimi, consumatori, lavoratori, imprenditori, cittadini, elettori, istituzioni, famiglie, individui, e i nostri usi del mezzo. Non è una scoperta consolante. Molto meglio concepirlo come salvezza, o dannazione. Provvidenza o sventura. E concludere che non lo si vuole cambiare, ovvero, che è poi lo stesso, che tanto è impossibile.