Corrado Gallo (coportavoce di Avs): ''Ma davvero il problema di Carpi sono gli stranieri?''

Riceviamo e pubblichiamo per la rubrica Opinioni

Per la rubruica "Opinioni”, riceviamo e pubblichiamo questa riflessione di Corrado Gallo, coportavoce di Avs, Alleanza Verdi e Sinistra Carpi:

«C’è una domanda che torna spesso nel dibattito pubblico della nostra città: il problema di Carpi sono gli stranieri? E forse è una domanda posta per non guardare nella giusta direzione. Proviamo a fare un esercizio semplice: se domani mattina tutte le persone straniere residenti a Carpi sparissero, avremmo risolto la crisi del commercio, la difficoltà del centro storico, la perdita di competitività del nostro sistema produttivo e la fatica di tanti giovani nel costruire il proprio futuro? La risposta è evidente: no. Allora la domanda dovrebbe essere un’altra: di cosa è fatta la crisi che attraversa la nostra città? Da dove arriva? Forse, dalla crisi dell’essenza estesa che ha caratterizzato Carpi (e buona parte del nostro Paese): il proprio modello economico e di sviluppo. segue

 

«Carpi: una città di provincia che, grazie alla maglieria, è diventata globale prima ancora che la parola globalizzazione entrasse nel linguaggio comune. Il distretto ha portato il nome della nostra città nel mondo, creando lavoro, ricchezza e una straordinaria cultura imprenditoriale fatta di artigiani, lavoratori e piccole imprese. Questa storia merita rispetto ma è storia, non il presente, proprio perché la conosciamo dobbiamo evitare di trasformarla in una condizione mentale, in uno status quo da difendere per sempre… perché semplicemente rappresenta un mondo che non esiste più. La stessa apertura internazionale che aveva favorito la crescita ha introdotto nuove competizioni, nuove difficoltà, nuove contraddizioni e nuovi bisogni e quindi la domanda non è se dobbiamo tornare alla Carpi di ieri, perché la risposta è semplicemente “no”. La domanda è quale Carpi vogliamo costruire per il futuro? Per i nostri giovani? Per troppo tempo abbiamo pensato che il futuro fosse una semplice continuazione del passato, come se bastasse mantenere ciò che aveva funzionato per garantire automaticamente ciò che sarebbe venuto dopo. Ma nessuna città vive di rendita per sempre. segue

 

È vero, il vecchio modello di sviluppo ha prodotto benessere, ma ha anche lasciato alcune fatali contraddizioni: consumo di territorio, crescita urbana dispersiva, dipendenza dall’automobile, una certa idea secondo cui più costruzioni, più cemento e più movimento economico fossero sempre sinonimo di progresso. Oggi possiamo, e dobbiamo, guardare con occhi diversi anche alcuni simboli della Carpi che fu: le automobili parcheggiate ovunque in Piazza Martiri un tempo raccontavano una città ricca e dinamica. Oggi, con estati sempre più calde e città sempre più difficili da vivere, possiamo chiederci se quella sia ancora l’immagine di futuro che vogliamo. L’immagine del benessere. Eppure, basta pronunciare tre lettere — ZTL — perché il dibattito spesso si trasformi in una battaglia identitaria. Come se il futuro del commercio dipendesse soltanto dalla possibilità di parcheggiare davanti alla vetrina e il punto non è togliere qualcosa alla città, ma restituirle qualcosa: spazio, qualità, vita. Perche città viva non è necessariamente una città dove si arriva ovunque in automobile; magari una città dove le persone hanno voglia di stare, incontrarsi, vivere i luoghi. Ma soprattutto è una città che crea lavoro. Perché questa è la vera sfida di Carpi: non difendere un passato che non può tornare uguale, ma costruire nuove opportunità. La fine di un ciclo produttivo deve diventare un’occasione di ripensare a noi, non un motivo di frustrazione e risentimento. Il passato non torna, e per fortuna! Serve creare lavoro, serve una nuova stagione della manifattura: più innovativa, più sostenibile, più capace di valorizzare il sapere artigiano che ha reso grande il nostro territorio. Un modo nuovo di produrre, dove la tecnologia incontri la competenza, dove la ricerca incontri il lavoro, dove l’impresa torni a essere parte di una comunità. E serve un’alleanza, stavolta funzionale, fra una politica capace di interrogarci (e interrogarsi) e imprenditori capaci di socializzare i profitti e investirli nella loro comunità.  Perché innovare non significa necessariamente correre più velocemente, ma produrre meglio, creare valore senza consumare persone e territorio, costruire imprese radicate nella comunità. Pensare al futuro, invece che santificare un passato che, dati alla mano, non può tornare. Questo è il problema imprescindibile della nostra comunità. Chi dice altro semplifica nella migliore delle ipotesi, mente nella peggiore. E dovremmo tutti concentrarci, maggioranza di governo compresa, a dare risposte adatte al presente e al futuro in arrivo».