Da Corrado Gallo, esponente di Sinistra italiana e portavoce di Avs, Alleanza Verdi Sinistra, riceviamo e pubblichiamo:
«Esiste una tendenza tutta italiana, che risale i secoli e arriva fino ai giorni nostri, di infierire sui capi, dirigenti, politici o addirittura imperatori uscenti. Da Renzi a Nerone, adoriamo dare la colpa a chi era lì a decidere, spesso per non farci troppe domande sul sistema che ha partorito quelle scelte e, soprattutto, che ha partorito le classi dirigenti chiamate a prenderle.
«Così Daniela De Pietri diventa il “male” del Partito Democratico, allo stesso modo in cui Paola Ruggiero diventa la colpevole della bocciatura della Corte dei conti su un piano industriale avallato dalla politica e dai consigli comunali da Mirandola a Carpi. Si trova il colpevole, si rifiuta di elaborare oltre e si ricomincia da capo. È molto più facile dare un nome al problema che interrogarsi sul problema. A mio avviso, però, il problema della nostra città è molto più sistemico e molto meno personale.
Ormai da troppo tempo amministrare fa rima con “gestire” e meno con “governare”. Se il primo, però, è il mero posporre bisogni, organizzare emergenze e fare quadrare i conti; il secondo, d’altra parte, è qualcosa di estremamente diverso. Significa avere una visione della comunità, decidere dove la si vuole portare e poi avere il coraggio di cambiare ciò che serve per arrivarci.
Per questo non credo che la discontinuità, di per sé, sia un problema. Può anzi essere esattamente il contrario: la possibilità di interrompere automatismi, abitudini e soprattutto l’idea che ciò che si è fatto per settant’anni debba necessariamente essere ciò che si farà nei prossimi settanta.
Il sindaco Righi ha di fronte a sé una grandissima occasione, non solo amministrativa ma politica e, in un certo senso, epocale: provare a plasmare una città diversa da quella che siamo abituati a conoscere. Non perché tutto ciò che è venuto prima sia da buttare, ma perché il sistema emiliano che ha retto Carpi per decenni non può essere considerato eterno solo perché ha funzionato a lungo.
La maggioranza, dal canto suo, dovrebbe fare esattamente ciò che la politica è chiamata a fare: immaginare, con coraggio, una città.
Cosa sarà Carpi senza la sua maglieria? Cosa sarà senza una classe industriale? Cosa sarà se diventerà una città dormitorio? Come affronteremo il cambiamento climatico, le trasformazioni sociali e migratorie, un’economia che cambia e un mondo che sempre meno guarda alle province e alle periferie, e spesso non sa nemmeno che esistano?
Queste non sono domande da ufficio tecnico. Sono domande politiche. E richiedono una risposta politica. Serve quindi un cambio di passo: una visione concreta di città, qualcosa che possa essere raccontato, discusso, criticato e persino contestato. Vuol dire avere il coraggio di rimettere in discussione alcune scelte urbanistiche, la gestione del patrimonio, del verde, dello spazio pubblico e, più in generale, il modo stesso con cui abbiamo pensato Carpi in questi decenni.
«Perché una maggioranza non dovrebbe limitarsi a gestire bene ciò che trova. Dovrebbe avere l’ambizione di lasciare qualcosa di diverso da ciò che ha trovato. E significa anche rompere con quella certa tracotanza che appartiene, in misura maggiore o minore a seconda delle latitudini, a chi è convinto di sapere già come si fanno le cose perché le ha sempre fatte nello stesso modo. La continuità amministrativa può essere una virtù. La continuità come automatismo, invece, è semplicemente un modo elegante per non accorgersi che il mondo è cambiato.
Forse, proprio perché sono membro e sostenitore di questa maggioranza, penso che dovremmo avere il coraggio di riconoscere la grande opportunità che abbiamo davanti. Non solo amministrare bene Carpi, ma provare a governarla. Non limitarci a sostituire le persone, ma cambiare il modo con cui si pensa e si costruisce la città. Perché altrimenti continueremo a fare quello che facciamo da sempre: trovare un colpevole, cambiare un nome, archiviare la questione e lasciare intatto tutto il resto.
E forse, alla fine, scopriremo che il problema non era Daniela De Pietri. Era il sistema. E, probabilmente, una parte di quel sistema è ancora lì».