Liste d'attesa: non basta ravvicinare i tempi delle diagnosi, il problema è l'avvio della terapia

di Giorgio Verrini*Dopo aver letto il Disegno di Legge per il contrasto al fenomeno delle liste di attesa, varato a giugno di quest’anno da Palazzo Chigi e ancora in attesa della disamina in Parlamento, ho avuto l’impressione che nei 13 articoli in cui il disegno di legge si articola, non si sia colto la complessità del problema che per i cittadini bisognosi di cure presso il SSN, è primario. Vengono previste le tempistiche e le priorità di erogazione delle prestazioni e forme premiali per quelle Regioni che garantiscono i tempi di attuazione, che vuol dire riconoscimenti di indennità di risultato ai direttori generali delle aziende sanitarie dopo che apposite commissioni regionali avranno valutato il raggiungimento di specifici obiettivi annuali relativi alla riduzione delle liste di attesa. Per favorire il conseguimento di risultato, le aziende e gli enti del SSN potranno avvalersi degli specialisti ambulatoriali interni, già in servizio a tempo indeterminato, inoltre si potrà reclutare altro personale medico attraverso contratti di collaborazione coordinata e continuativa. Ho detto che non si è colto la complessità del problema perché per liste di attesa non si deve intendere solo il tempo per le prestazioni ambulatoriali (intese come diagnostica della patologia) ma anche il tempo che intercorre tra l’individuazione del problema di salute e l’eventuale successivo iter terapeutico che significa “presa in carico del paziente”. Per farmi meglio capire farò alcuni esempi: tipico problema dell’area chirurgica è quello di arrivare a una prima visita ambulatoriale che definisce la patologia, per esempio un’ernia oppure una ipertrofia prostatica o, in oculistica, una cataratta e scoprire poi che il trattamento chirurgico ha tempi lunghissimi (mesi o anni) e quindi inaccettabili. Grossi problemi di presa in carico anche a livello territoriale per anziani che necessitano di ricovero  nelle strutture residenziali (sempre insufficienti in un paese con inverno demografico come il nostro). segue

Su, al Ministero, si danno dunque molto da fare perché si sa che il consenso oggi dipende molto dalle iniziative per ridurre i numeri e i tempi  di attesa delle prestazioni ambulatoriali e questo si ottiene attraverso un aumento della loro produzione, costi quel che costi, con premialità di risultato e con assunzioni estemporanee. Se tutto questo porterà a una riduzione del tempo di attesa per le erogazioni della prestazioni di primo accesso, la rabbia di molti cittadini si ridurrà anche se rimarrà sul fondo la gestione dei pazienti in attesa di intervento, anche se verranno distolte risorse per la cronicità e la medicina territoriale. Quindi quello delle liste di attesa è solo la punta di un iceberg, in gran parte costituito da improvvide scelte (leggi depotenziamento) di assistenza sanitaria, di diminuzione delle risorse umane e mala gestio dei fondi europei. La colpa di questo stato di cose va ricercata a ritroso fra i vari Governi che si sono succeduti negli ultimi vent'anni e non è quindi facile dare un giudizio o prender posizione su un tema così complesso, ma vien da sé che dal Governo attuale della “pragmatica Meloni” ci si aspettava misure più efficaci e decisioni più rapide.

A proposto di rapidità, leggo che il 25 settembre, cioè pochi giorni fa, si è riunita la Commissione Affari  sociali della Camera con l’obiettivo di indagine conoscitiva in materia di riordino delle professioni sanitarie, affrontando tra l’altro il problema delle retribuzioni non commisurate al carico di lavoro e della carenza di personale del SSN Al fine di svolgere i necessari approfondimenti i Deputati hanno deciso di avviare un ciclo di audizioni che coinvolgerà sindacati, rappresentanti degli ordini sanitari, esperti, eccetera. I lavori inizieranno nelle prossime settimane e si concluderanno, salvo proroghe (!) il prossimo 31 gennaio 2025. Mi chiedo: ma i Deputati vivono in Italia o provengono da Marte?

* già medico urologo al Ramazzini