“Dovere principale della moglie è provvedere al governo della casa
in subordinazione al marito.
All’uomo spetta l’ultima parola
in tutte le questioni economiche e domestiche
e la donna deve essere pronta all’obbedienza in tutte le cose:
il suo posto è soprattutto in casa.
Son da condannare gli sforzi di quelle femministe
le cui pretese mirano ad un’ampia uguaglianza fra uomo e donna”
(Papa Paolo VI, 1963-1978, proclamato Santo nel 2018)
Non si parla che di patriarcato, dopo l’atroce morte di Giulia Cecchettin per mano del suo ex compagno Filippo Turetta. Nel dolore per la sua morte, la sorella di Giulia, Elena, è riuscita ad esprimere un giudizio intransigente che, in quanto tale, ha fatto molto discutere, specialmente gli uomini, in quanto direttamente accusati di essere “figli sani del patriarcato”. La retorica del “mostro”, così tanto diffusa a livello mass-mediale, è un tentativo di giustificare qualcosa di inspiegabile, di deumanizzare il colpevole rendendolo “altro”, di rendere l’assassino un pazzo che ha avuto un “raptus”, uno scatto di rabbia, un momento di instabilità emotiva. In realtà, ciò che spinge ad uccidere le donne è la cultura del possesso e dello stupro, due delle basi della struttura patriarcale, da cui ha origine il maschilismo. Tale sistema sociale, ben radicato nella storia umana, è caratterizzato dal predominio degli uomini nei ruoli di potere e dall'oppressione delle donne. Questa cultura millenaria plasma il nostro essere donne o uomini e, nel caso di questi ultimi, l’insegnamento indotto – non necessariamente verbalizzato - gli impone, fin da giovanissimi, di sopprimere la propria emotività, perché considerata una debolezza, a non fallire e a non essere respinti da nessuno (“l’uomo che non deve chiedere mai”), a mostrarsi virili e performanti (“non fare la femminuccia” nel caso in cui un bambino piangesse per qualsiasi motivo). Il femminicidio è soltanto la punta dell’iceberg di un sistema malato, quello di stampo patriarcale, che comprende diverse caratteristiche più profonde: la discriminazione di genere, il paternalismo, la competizione, la forza, la sopraffazione, il narcisismo, la massima performance, il maschilismo, l’oggettivizzazione, la delegittimazione, la vittimizzazione secondaria, il controllo, la possessività e la violenza fisica/sessuale/psicologica. (segue)
Molti e molte, sui social, sostengono con fermezza “non tutti gli uomini” commettono violenza sulle donne, difendendo la propria individualità e prendendo le distanze dagli atti di Turetta. Ma ciò che non è stato colto dal mainstream, e da chi rivendica questa asserzione, è il fatto che i movimenti femministi non vogliono etichettare tutti gli uomini come violenti. Certamente non tutti, ma occorre tenere ben presente che, ancora oggi: molti non condividono le responsabilità domestiche/familiari e non si impegnano nell’educazione dei figli su questo tema; molti non si informano né discutono di questioni femministe né si interrogano sui propri privilegi; molti evitano di confrontarsi con amici e colleghi su commenti sessisti per il timore di sembrare rompiscatole o poco virili; molti vivono con disagio la libertà delle donne (pensano che gelosia e possesso siano elementi sani di una relazione); molti non intervengono in situazioni di discriminazione o di molestie; molti non ascoltano le esperienze abusanti delle donne o le minimizzano; molti preferiscono prendere le distanze dall’argomento e non guardare in faccia la realtà; molti ci tengono di più a non essere visti come violenti e stupratori, anziché impegnarsi per far sì che violenze e stupri non accadano.
Naturalmente non tutti gli uomini sono violenti, ma un conto è la colpa, un altro è la responsabilità collettiva. Rispetto a questo, gli uomini dovrebbero, dunque: interrogarsi tra di loro al fine di prendere coscienza del fenomeno, assumersi la propria responsabilità (collettiva) e avviare un processo di profonda decostruzione della cultura patriarcale, soffermandosi sull’influenza inevitabile della stessa sui loro atteggiamenti; richiamare amici, parenti e colleghi per i comportamenti sessisti, machisti, maschilisti e misogini verso le loro mogli, amiche, figlie, sorelle e colleghe; partecipare ai movimenti femministi e lottare al fianco delle donne; parlare di femminismo, ovvero di pari opportunità e di parità di genere come valori imprescindibili di una società che vuole definirsi civile. Inoltre, da genitori, occorre prendere consapevolezza dei condizionamenti sociali e culturali che la società inculca nei loro figli maschi (ovvero, il peso della performatività maschile) ed educarli al rispetto verso l’altro sesso, alla collaborazione domestica e alla suddivisione dei compiti, ad un’affettività e ad una sessualità sane e positive, aspetti che siano in grado di spezzare questa catena. Se è innegabile che la responsabilità penale sia solo del colpevole, quella sociale appartiene a tutti noi. (segue)
Esempi di ’”homo emoticus”, ovvero di chi accetta di esprimere la propria dimensione emotiva, senza il timore di apparire debole, poco virile, se non effemminato, esistono già, per fortuna, ma sono ancora prevalentemente allo stato larvale, ed è compito dell’educazione (famiglia, scuola, società) farli diventare farfalle. Ed è soprattutto debito morale e responsabilità di loro stessi: guardarsi allo specchio, non come narcisisti (che ce n’è già in sovrabbondanza nella nostra “società dello spettacolo”, dei social e dei mass media) ma come esseri umani, alla pari con l’altra metà del cielo. Proviamo a ribaltare l’oramai centenario obiettivo della parità: non tanto il “sesso debole” deve lottare per raggiungere la posizione degli uomini, ma sono questi che devono fare il massimo sforzo per raggiungere il valore delle donne.