In Psicoterapia è la relazione che cura, di Alessia Goldoni, psicologa e sociologa

Rubrica Psiche&Società, su Voce mese in edicola

È l’incontro umano il vero motore del cambiamento. Prima di ogni strumento o tecnica, è la qualità della relazione tra paziente e terapeuta – la loro alleanza – ad aprire la strada al benessere emotivo e alla riscoperta di sé. Un approccio che diventa ancora più rilevante oggi: in un’epoca iper-prestazionale caratterizzata da un’intensa frammentazione sociale, dominata da una ricerca spasmodica di soluzioni preconfezionate pronte all’uso e da un'accelerazione tecnologica senza precedenti. È la cornice di quella che il sociologo Zygmunt Bauman ha definito “modernità liquida”: un tempo storico in cui le istituzioni tradizionali perdono forza, i legami interpersonali si fanno precari e la performance individuale diventa il parametro supremo del valore – e dell’affermazione – di una persona. In questo scenario, anche il disagio emotivo finisce per essere reificato: ansia, stress, senso di vuoto e disfunzioni relazionali vengono ridotti a meri “guasti individuali”, difetti da riparare in fretta attraverso procedure standardizzate. Questa deriva “tecnocratica” si riflette spesso nella domanda con cui il paziente arriva in terapia: “Quale tecnica utilizzeremo eliminare questo sintomo?”. Vi è l'aspettativa implicita che lo psicoterapeuta sia un tecnico specializzato dotato di tecniche pronte all’uso e strumenti risolutivi, capace di applicare un protocollo A per ottenere l'effetto B, in modo quasi automatizzato, chiamato ad “eliminare l'interferenza” per rimettere subito l'individuo in condizione di produrre e funzionare. Si applica, così, al mondo interno la stessa logica prestazionale che genera il soffrire: la fretta di cancellare il segnale, senza aver prima ascoltato il messaggio. Non dovrebbe funzionare così. E nessuno ha la bacchetta magica, né la sfera di cristallo. Forse, neppure i maghi… segue

Se è innegabile che la formazione tecnica, la conoscenza delle teorie e il rigore metodologico costituiscano la struttura portante di qualsiasi professione sanitaria, compresa la nostra di psicologi-psicoterapeuti, ridurre l'atto terapeutico alla sola applicazione di tecniche significa ignorare completamente la natura del disagio umano. Il sintomo non si genera nel vuoto; anzi, è spesso la spia di una o più disfunzioni di tipo relazionale, un messaggio codificato che prende forma e significato all'interno dei sistemi familiari, sociali e culturali. La cura, di conseguenza, non può coincidere con una mera riparazione meccanica, limitata al sintomo o ai sintomi, ma deve configurarsi necessariamente come una ristrutturazione dell'esperienza relazionale dell'individuo.

Le ferite nascono nei legami. E solo nei legami possono guarire. Nessuno di noi è un’isola. La nostra identità e il nostro equilibrio si costruiscono all’interno delle relazioni: con la famiglia, con la scuola, con il lavoro, con la società in cui viviamo. Se andiamo a scavare nella sofferenza, scopriamo che alla radice sono presenti ferite di natura relazionale: un’infanzia in cui ci si è sentiti poco visti, giudicati o abbandonati; relazioni d'amore o d'amicizia che hanno tradito la nostra fiducia; peggio ancora, probabilmente, una società — come quella attuale — che ci chiede di performare continuamente, ci colpevolizza e ci isola.

Ed è proprio nella stanza di terapia che avviene la rivoluzione, attraverso la relazione paziente-terapeuta (alleanza terapeutica).

Ognuno di noi porta con sé un copione inconscio su come funzionano le relazioni, dettato dalle nostre esperienze di vita passate e recenti. Chi è stato spesso rifiutato si aspetta che, prima o poi, anche il terapeuta lo rifiuterà non appena mostrerà i suoi lati più oscuri o fragili. Quando, invece, il terapeuta risponde con ascolto incondizionato, assenza di giudizio ed empatia, avviene quella che nel nostro campo chiamiamo “esperienza emozionale correttiva”, ossia, il cervello del paziente fa una scoperta, dicendo a se stesso: “Allora è possibile mostrare la mia vulnerabilità senza venire distrutto o abbandonato…”; è ciò che dà il via ad una profonda trasformazione della struttura psichica del paziente. Il fatto stesso di interagire con un professionista che non reagisce come i propri genitori o i propri ex partner, interrompe i vecchi schemi. Inoltre, si impara a regolare la tempesta emotiva, insieme.

Avete presente quando un bambino piccolo è travolto da un pianto inconsolabile e ha bisogno del riparo di un genitore per calmarsi? Da adulti funziona in modo simile. Quando ci sentiamo sopraffatti dalle emozioni, il nostro sistema nervoso va in corto circuito. Il terapeuta offre la propria presenza salda, il proprio tono di voce, il proprio sguardo: prestiamo la nostra capacità di restare calmi per aiutare l'altro a ritrovare il centro. È quella che chiamiamo “co-regolazione”. Il terapeuta diventa, per il paziente, una base sicura; questo legame di “attaccamento temporaneo” serve per esplorare, con coraggio, il proprio mondo interno. È un campo di esperienza protetto e la qualità dell’alleanza (il feeling e la fiducia reciproca) può predire il successo della terapia, aldilà di qualsiasi tecnica utilizzata od orientamento terapeutico adottato. segue

Un fenomeno fondamentale che si verifica durante il percorso è, di solito un grande traguardo: il sollievo di essere finalmente "visti" nella nostra interezza, senza essere criticati, giudicati o, peggio, rifiutati. Nella vita di tutti i giorni indossiamo continuamente delle maschere per proteggerci: dobbiamo mostrare agli altri di essere genitori impeccabili, lavoratori efficienti, persone forti. La stanza di terapia è probabilmente l'unico posto al mondo in cui si possono togliere, finalmente, tutte queste rigide armature. Essere riconosciuti ed accettati nella propria autenticità — con tutte le incongruenze, le contraddizioni, il buio, le paure e il caos che ci caratterizzano — ha un potere terapeutico immenso, portando all’auto-accettazione.

Nasciamo dentro ad una relazione e cresciamo attraverso gli occhi dell’altro, definendo chi siamo in base a come siamo stati guardati. Per questo, abbiamo bisogno di un altro per rispecchiarci in modo nuovo, sano e più funzionale. E questo altro può essere il terapeuta.

Non si tratta, dunque, di sminuire l'importanza delle competenze teoriche o della rigorosa cassetta degli attrezzi di cui ogni professionista deve disporre. Le tecniche sono la bussola che aiuta ad orientarci; ma il viaggio, quello vero, si compie a piedi, passo dopo passo, insieme al paziente. Senza un terreno umano accogliente su cui contare, anche lo strumento scientifico più raffinato rischia di rimanere un esercizio assolutamente sterile che lascia intatta la solitudine di fondo della persona.

In una società che ci spinge a funzionare (ormai quasi ventiquattro ore su ventiquattro) anziché a sentire, la psicoterapia rappresenta, in questo modo, un atto radicale di controtendenza: uno spazio lento, sicuro e protetto in cui restituire complessità, dignità e significato al dolore. La guarigione non coincide con la semplice scomparsa del sintomo, ma con la possibilità di narrare e di abitare la propria storia in modo nuovo, di liberarsi dei vecchi automatismi relazionali e di riscoprire le proprie risorse.

In ultima analisi, ciò che cura non è la teoria che il terapeuta ha in mente, ma la presenza che sa offrire. È la disponibilità a restare lì, nell'incertezza, nel dolore e nella fragilità. Sembrerebbe, quindi, quel grande amico che è appunto raro come un tesoro. E, forse, se riuscissimo ad essere amici veri di tanti a cui offrire la nostra completa vicinanza e da cui ricevere pari disponibilità, il mondo sarebbe molto più vivibile. Ma il mondo, o meglio, la nostra vita corre sempre più veloce (indotta addirittura ad accelerare da un sistema sociale disfunzionale) e “non c’è mai tempo”. Se queste speranze appartengono solo ad alcune religioni o ideologie, o sono solo utopie, c’è spazio per la scienza, che deve essere però umana, nel pieno senso della parola. È nell'incontro autentico con l'altro che il paziente può ritrovarsi. Il luogo è la stanza dello psicologo e questi è il tecnico appropriato, ma prima di tutto è un essere umano.