Da Voce mese marzo

L'overthinking: pensare troppo

di Alessia Goldoni*

Nel setting clinico, lo incontro quotidianamente sotto diverse vesti: il dubbio ossessivo, l’incessante preoccupazione per il futuro (rimuginio) o per gli eventi del passato (ruminazione). L’overthinking è un processo di pensiero ridondante, circolare e, soprattutto, afinalistico; non si tratta di una semplice riflessione profonda. Per comprendere al meglio questo fenomeno, purtroppo sempre più diffuso, dobbiamo osservarlo attraverso una lente bifocale: quella psicologica e quella sociologica.

Da un punto di vista psicodinamico e cognitivo, l’overthinking funge spesso da meccanismo di difesa maladattivo: la persona tenta di “risolvere” un’ansia sottostante attraverso l’intellettualizzazione (processo che mira a trasformare l’esperienza emotiva in un oggetto di studio freddo e analitico). A differenza del pensiero orientato alla soluzione (lineare), l’overthinking è focalizzato sul “perché” e sulle implicazioni emotive negative, attivando aree cerebrali come la corteccia prefrontale mediale e l’amigdala, in un loop vizioso e senza fine (circolare). In aggiunta, pensare ossessivamente a un problema dà l’illusione di averne il controllo; in realtà, è una forma di evitamento cognitivo del dolore emotivo. Il processo ininterrotto di checking mentale serve a setacciare ogni possibile variabile per evitare la vergogna del fallimento (questo meccanismo crea una sorta di “paralisi da analisi”, tale da impedire l’azione stessa, alimentando un senso di inadeguatezza che richiede, paradossalmente, ancora più pensiero per essere gestito).

 

Non possiamo poi ignorare che viviamo in una società iper-prestazionale e incerta; dunque, l’overthinking si caratterizza per essere il riflesso di un’epoca segnata da una sovrabbondanza di opzioni (tipica del tardo-capitalismo) che genera l’ansia di compiere la scelta “perfetta”, portando alla paralisi decisionale. Siamo sempre più avviluppati negli intrecci di questo sistema, dove non basta “giocare bene” ma occorre arrivare primi; la competizione è sfrenata, e dire che si vive sempre di corsa è ormai diventato un luogo comune. Siamo anche incastrati in un individualismo che si autocelebra (il pensiero diventa autoreferenziale e uguale a se stesso), dunque ben lontani da una cultura di classe ma anche da una modalità di rapporti – non solo di lavoro – basati sulla collaborazione, sul mutuo aiuto, sulla comunanza di intenti e di impegni verso una società più giusta ed egualitaria (pensiero mutualistico).

Per essere perennemente “sul pezzo”, occorre un’attenzione al nostro essere, al nostro fare, al fermento interiore del nostro Sé, che va iper-controllato parossisticamente. I social media, dal canto loro, ne alimentano il monitoraggio continuo in relazione agli altri (confronto e pressione sociale), esacerbando i dubbi sulle proprie capacità e sul proprio valore. Inoltre, nell’era dell’iper-psicologizzazione, sentiamo quasi il dovere di analizzare ogni emozione che attraversa la nostra mente, rendendo il mondo interno un oggetto di analisi ricorrente. Da qui, l’industria della letteratura self-help (ma anche certi video virali sui social, soprattutto su TikTok, dove molte persone – in particolare giovani – si confidano raccontando le loro esperienze emotive, le loro sofferenze, le difficoltà e le eventuali riflessioni in merito, l’importanza di prendersi cura di se stessi, ecc.) ha trasformato l’introspezione in un prodotto, spingendoci a lavorare su noi stessi in maniera quasi ossessiva. Tale imperativo trasforma l’auto-riflessione in un dovere produttivo (tradotto: se non sto analizzando i miei traumi o le mie potenzialità, sto perdendo tempo). L’overthinking diventa quindi l’effetto collaterale di una cultura che ha reso il “conosci te stesso” un comando performativo volto, in realtà, all’ottimizzazione del capitale umano.

 

In una società che ha perso le traiettorie lineari (tradizioni, posto fisso, comunità stabili, ecc.), il sociologo tedesco Ulrich Beck parla di “biografie riflessive”: oggi, l’individuo è l’unico responsabile del proprio successo o fallimento. Questa responsabilizzazione totale costringe a un monitoraggio continuo delle proprie scelte: l’overthinking diventa così la forma mentis di chi sa che non esistono più le reti collettive pronte a sostenerci e che ogni passo falso ricade interamente sulle proprie spalle. Un altro sociologo tedesco, Hartmut Rosa, descrive una società in costante accelerazione: in questo caso, l’overthinking nasce dal divario tra la velocità degli stimoli esterni e la lentezza biologica dell’elaborazione psichica. Il tentativo di stare al passo con un mondo sempre più frenetico che non fa altro che correre produce un “surriscaldamento cognitivo”. Pensiamo troppo perché cerchiamo di processare in tempo reale una quantità di dati e di informazioni (peraltro, perlopiù negative in questo arduo periodo storico) che richiederebbero tempi molto più lenti di “digestione emotiva”, che il nostro sistema socio-economico attuale non ci concede più da anni.

L’obiettivo in terapia non è fermare i pensieri (sarebbe paradossale, perché ne aumenterebbe la frequenza), ma cambiare la relazione che abbiamo con essi. Come ribadisco spesso ai miei pazienti, noi non siamo i nostri pensieri. Sono eventi mentali transitori; la strategia vincente è osservarli a distanza (es. “in questo momento la mia mente sta pensando che sono un fallimento”) e non dar loro attenzione. Aggrapparsi ad essi non aiuta a lasciarli andare; anzi, si ottiene l’effetto contrario. È molto utile delimitare un momento spazio-temporale nel corso della giornata (es. 15 minuti alle 18:00 di sera) dedicato esclusivamente alle preoccupazioni; al di fuori di questo spazio, ogni eventuale pensiero intrusivo viene rimandato alla “sessione ufficiale”.

Anche gli esercizi di mindfulness, di meditazione e di training autogeno possono aiutare a riportare l’attenzione nell’hic et nunc (nel qui e ora, nel presente), essendo l’overthinking una fuga senza sosta nel tempo (passato o futuro). Occorre riconoscere che non è l’intelligenza a bloccarci, ma il suo uso distorto. Quando usiamo l’intelletto per prevedere l’ignoto e ogni singola variabile, non stiamo risolvendo problemi: stiamo creando un alibi per l’immobilità. Solo accettando la finitezza delle nostre analisi e la parzialità del nostro controllo possiamo acquisire la libertà di agire. La vita accade nel momento in cui smettiamo di prepararla e iniziamo, finalmente, a viverla.

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