Superlavoro e tempo libero

Il 20 febbraio del 1919, la Fiom formalizza con la Confederazione degli industriali un accordo per la riduzione dell'orario di lavoro a 8 ore giornaliere e 48 settimanali. Il Regio Decreto n. 692 del 1923 estenderà tale orario di lavoro a tutte le categorie. Le 40 ore settimanali saranno conquistate tra il 1969 ed il 1973. Da allora, non siamo più scesi in piazza per rivendicare un’ulteriore riduzione dell’orario lavorativo.

Spesso, ci troviamo di fronte a situazioni di vero e proprio burnout (esaurimento psicofisico da lavoro-correlato, che non capita solo nelle attività a rischio o usuranti) allo scopo di esaudire l’ennesima richiesta da parte di una società sempre più frenetica, competitiva e prestazionale, soggetta a crisi continue e ai ritmi inarrestabili. Per non parlare di chi, d’altra parte, soffre di workaholism, la dipendenza dal lavoro, il bisogno incontrollabile di lavorare incessantemente, quasi da farla diventare un’ossessione, eliminando i confini tra lavoro e vita privata (work life balance) e superando tranquillamente le 40 ore settimanali. Inevitabilmente, entrambi i fenomeni mettono a rischio la nostra salute sia fisica (malattie cardiache, diabete, malattie croniche, problemi muscoloscheletrici per l’eccessiva sedentarietà o, viceversa, per l’eccessivo sforzo fisico, etc.) sia mentale (ansia, depressione, stress, attacchi di panico, etc.). segue

I più critici argomentano che la riduzione dell'orario lavorativo, a parità di salario, potrebbe creare un impatto negativo sulla produttività. Tuttavia, molte esperienze condotte in Europa (e non solo) indicano esattamente il contrario, ossia un aumento della produttività favorita da una maggiore concentrazione, da una minore stanchezza psicologica e fisica, e dai ridotti livelli di stress. A tal proposito, di recente, la grande multinazionale Panasonic ha attirato l'attenzione globale, offrendo ai suoi dipendenti delle sedi giapponesi la possibilità di lavorare quattro giorni alla settimana e di iniziare il weekend già dal giovedì pomeriggio. Negli ultimi anni, l’idea di una "4-day workweek", una settimana lavorativa di quattro giorni, si sta facendo strada in molti paesi.

Non tutti hanno la fortuna di poter fare e scegliere un lavoro motivante e soddisfacente e, anche se esistesse questa possibilità, una cosa è certa: quando si torna a casa la sera, dopo le massacranti 8 ore (o più), i momenti da dedicare a se stessi e alla propria famiglia sono quasi nulli. In aggiunta, fuori dal lavoro, quotidianamente, ci spettano molti doveri; perlopiù lavoro domestico che spesso non si ha voglia di fare a causa dell’eccessiva stanchezza: cucinare, pulire casa, fare la spesa, badare ai figli, fare la lavatrice, stirare, portare fuori il cane, telefonare/badare ai genitori o ai parenti (specie se soli, vecchi o ammalati; e lasciamo stare che è, ancora, quasi sempre, un carico ulteriore di fatica per le donne). Occorre poi dedicare del tempo anche al sonno, essenziale per poterci ricaricare. segue

Dunque, dove finisce il tempo, quello veramente libero da qualsiasi tipo di lavoro/dovere, da riservare ai nostri cari, alle nostre passioni, ai nostri interessi, alla nostra creatività, ai nostri rapporti sociali, alla nostra vita di comunità?

Affrontare il problema della mancanza di tempo libero richiede un cambiamento di mentalità e una rivalutazione delle priorità. Le aziende possono svolgere un ruolo cruciale nell'adottare politiche che promuovano un sano equilibrio tra lavoro e vita privata, ma per mettere in atto un cambiamento sistemico occorre agire soprattutto a livello politico e globale.

In un'epoca in cui il ritmo del tempo sembra essere più inarrestabile che mai, è essenziale fermarsi, fare un passo indietro e riflettere sul suo valore; percorrere la filosofia dello slow life (vita lenta) ci permette di contemplare e vivere con calma ogni singolo momento della nostra vita. La ricerca di un equilibrio sano tra lavoro, famiglia e svago non deve diventare un lusso per pochi privilegiati, ma una necessità per il benessere individuale e collettivo della società tutta. Soltanto riducendo la frenesia della vita moderna e dimezzando gli orari di lavoro, possiamo sperare di creare un mondo più sano, felice e sostenibile per tutti. Ciò può avvenire solo attraverso un cambiamento culturale radicale, liberandoci dal fardello ossessivo e tossico del superlavoro.

Si vive di corsa per bruciare le tappe, per ottenere soldi, successo o potere, ma si rischia di bruciare la propria vita, con probabilità aumentata di arrivare prima alla propria… morte.

Poniamoci dunque la domanda fondamentale: “Sono venuto/a al mondo per lavorare o per vivere?”.