Sospinta da una corrente di pensiero più forte di lei che ha radici nel profondo della civiltà italica intimamente aliena alla guerra, propensa ad andare d'accordo con tutti e in soggezione verso la prepotenza altrui, la Presidente del Consiglio si è concessa alla più andreottiana delle scelte: mollare il presunto protettore iniziale dalle improvvisazioni sui dazi quando questo si è dato alle scalmane belliche, per rientrare nel rassicurante nido europeo. Da ultima arrivata, però, dando sempre l'idea di tenersi comunque pronta a un ripensamento, se questo si rivelasse più vantaggioso. Può darsi che la svolta meloniana, come scrivono molti, sia un effetto del referendum che le ha mandato un preciso segnale di dissociazione del Paese dalle sue mosse in politica estera. L'altra tesi, però, è che il mainstream (la corrente di pensiero vincente, appunto) italiano, ovvero l'andreottismo in politica estera, finisca sempre per prevalere sulla volontà anche di una tenace e ostinata underdog come la nostra premier, che voleva portare l'Italia sotto l'ombrello protettivo dell'uomo della Casa Bianca salvo poi accorgersi che sotto quell'ombrello rischiava di finirci da sola. L'incontro tra i volenterosi per discutere di guerra in Medio Oriente e Stretto di Hormutz, dunque, si è risolto con la partecipazione in prima persona di Macron, Merz, Starmer e, post-scriptum, Meloni. segue