Settegiorni, su Voce del 9 luglio

“Io, Ennio Morricone, sono morto. Lo annuncio così a tutti gli amici che mi sono stati vicini e anche a quelli un po’ lontani, che saluto con grande affetto. Impossibile nominarli tutti. C’è solo una ragione che mi spinge a salutare tutti così e ad avere un funerale in forma privata: non voglio disturbare”. Il commiato di Ennio Morricone, ci ha fatto ricordare quello di un altro autore legato al cinema, romano come lui, ultranovantenne come lui: Mario Monicelli, buttatosi nel vuoto da una stanza di ospedale. Da una parte le parole sommesse, dall’altra un gesto solitario dettato dal senso di una dignità di cui non era più padrone: a unirli, la semplicità profonda e spontanea dei grandi animi. Non ne nasceranno più, come loro, di talenti capaci di fare di una pellicola un frammento dell’esistenza di tanta gente. Che è poi la forza dei classici, quelli che si vorrebbero rivedere su un grande schermo in piazza Martiri.

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